Mi sembrava giusto lasciarmi il tramonto pastello alle spalle.
Ho tracciato un percorso di passi mai calpestati.
Ho passeggiato nel prato avvolto dall'ombra,
una quiete irreale, accarezzata dal mondo inquieto del mio cuore.
Mi sono sentita come Elizabeth... ma io non sono lei.
Io rassomoglio a me stessa, sono una creatura della mia stessa penna.
Ho passeggiato in solitaria nel giardino,
tra il vecchio, avvizzito ciliegio e gli ulivi;
rannicchiata nella mia giacchetta...
simile a un abbraccio simulato.
Ho camminato in cerchio alcuni tristi minuti
constatando compiaciuta e commossa la mia solitudine.
Il cuore ha gridato, ma a chi importa?
Ho perso il mio sentiero di passi immaginari tra le foglie;
la stagione è al crepuscolo.
Tu sei distante una vita intera da me... lontano, smarrito...
ti cercavo dietro al ciliegio, consapevole che mai, mai
mi saresti apparso.
Ho passeggiato in silenzio, sola col tuo spettro.
Ho respirato nuova quiete.
Mi sono illusa per un momento di rassomogliare a Elizabeth...
ma questo non è il mio lieto fine.
26 agosto 2008
***
(questa è la poesia che ho scritto a cui sono più legata in assoluto: per il momento in cui è stata composta - e soprattutto per quello che è accaduto poco dopo -, per la sensazione carica di pathos che esprime, per il richiamo al personaggio letterario che amo di più Elizabeth Bennet di Orgoglio e pregiudizio. Questi versi li ho scritti lo scorso anno durante il soggiorno nella mia casa di campagna: dopo una passeggiata nel giardino davanti la casa; ebbi come la sensazione, trovai delle somiglianze con la particolare atmosfera che si percepisce nelle battute finali del film con Keira Knightley: la stessa luce - benché io fossi al tramonto mentre nel film si tratta dell'alba -, la stessa dolce solitudine, la stessa poesia nell'aria... e mi sono ritrovata a credere di essere Elizabeth o quantomeno di rassomigliarle molto in quel frangente. Ma come si è visto: non ho avuto alcun lieto fine...)


